Buongiorno,
sei on the edge?
Fermate l’AI! Oppure no, fatela correre. Il dibattito oscilla tra apocalisse e miracolo, e noi nel frattempo cerchiamo di capire cosa stia succedendo davvero. I rischi meritano attenzione: un modello collegato a strumenti e sistemi può fare ben più che scrivere una risposta sbagliata. Ma nella corsa a immaginare il momento in cui perderemo il controllo rischiamo di saltare quello che abbiamo davanti agli occhi. L’AI ha bisogno di spazio, energia, soldi e persone disposte a usarla. E su tutti questi fronti qualcosa scricchiola. Le comunità contestano i data center, le aziende scoprono che automatizzare non significa automaticamente risparmiare, il pubblico guarda con sospetto gli spot generati. In questa puntata proviamo a tenere insieme rischi e interessi economici, senza attribuire a nessuno intenzioni che non possiamo conoscere. Forse, prima di chiederci quanto può correre l’AI, dovremmo capire chi è disposto a seguirla.
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DataWars
L’opposizione ai data center diventa una questione politica
Il cloud sarà anche una nuvola, ma quando arriva vicino a casa occupa terreno, consuma elettricità e può richiedere molta acqua. Negli Stati Uniti l’opposizione ai data center è uscita dalle assemblee locali ed è entrata nelle campagne per le elezioni di metà mandato, coinvolgendo candidati democratici e repubblicani. Secondo l’analisi di Brookings, le contestazioni hanno già bloccato o ritardato decine di progetti. E nei parlamenti statali sono arrivate proposte per sospendere nuove costruzioni, ridurre gli incentivi fiscali e impedire che i costi delle infrastrutture elettriche ricadano sulle famiglie. Per chi deve continuare ad aumentare la capacità di calcolo, il consenso diventa quindi un vincolo molto concreto. Il punto non è soltanto dove costruire: è chi paga e chi beneficia di questa espansione. Se l’AI produce vantaggi riconoscibili anche fuori dalla Silicon Valley, il compromesso può reggere. Se al territorio restano i consumi e altrove finiscono i guadagni, convincerlo sarà un po’ più difficile. Anche con una presentazione bellissima.
🗳️ CNN: i data center entrano nella campagna elettorale
🏗️ Le proteste che fermano o rallentano i progetti
⚡ Gli Stati ripensano incentivi e costi dell’energia
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The AI Bubble
Nell’AI, non tutto è oro quel che luccica
Chi ha vissuto la bolla delle dot-com sente un certo déjà-vu. Ma una tecnologia può essere rivoluzionaria e, allo stesso tempo, sostenere aspettative economiche esagerate. Nella puntata ci chiediamo dove sia l’equilibrio: quanto costa sviluppare e far funzionare i modelli, quanto siamo disposti a pagarli e quanto valore producono davvero? Forbes racconta di aziende che, dopo aver tagliato personale contando sull’AI, tornano ad assumere nei ruoli eliminati. L’errore è confondere l’automazione di un compito con la sostituzione di una persona, che di compiti ne svolge parecchi, spesso poco visibili. Anche Canva, secondo Fortune, ha ridimensionato le previsioni di crescita per i costi dell’AI. Anche per chi vende questi strumenti, insomma, i conti non sono scontati. I token sono un po’ i gettoni del luna park: sembrano tanti, poi finiscono sempre. Questo non dimostra che la bolla scoppierà, né cancella gli investimenti utili. Ci ricorda però che una demo sorprendente e un modello economico sostenibile sono due traguardi diversi.
👥 Licenziare per l’AI, poi tornare ad assumere
💸 Canva: il costo dell’AI
🫧 Perché questa bolla sarebbe diversa dalle altre
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Anti-AI Mood
Cosa pensa davvero il pubblico dell’AI?
Abbiamo passato anni a guardare merendine ricostruite in 3D senza offenderci. Con l’AI, invece, qualcosa si inceppa: quello che per un brand è innovazione può sembrare al pubblico una scorciatoia per risparmiare. La ricerca IAB conferma una distanza tra l’entusiasmo dei pubblicitari e l’accoglienza dei consumatori. Ma fermarsi a “le persone odiano l’AI” sarebbe comodo, soprattutto per chi la usa male. Lo studio DoubleVerify citato nella puntata introduce una distinzione utile: nel campione britannico, il 49% esprime una percezione negativa del brand davanti ad annunci AI di bassa qualità; la quota scende al 29% quando gli annunci appaiono curati e professionali. La diffidenza resta, ma venti punti di differenza ci dicono che la qualità conta. L’AI permette sia il manifesto improvvisato del negozio sotto casa sia lavorazioni sofisticate, guidate da persone che sanno cosa vogliono ottenere. Gli strumenti migliorano, ma scegliere, dirigere e rifinire resta un mestiere. “L’abbiamo fatto in sette minuti” può essere un buon titolo per un post. Non è ancora un buon motivo per guardare lo spot.
🤝 IAB: la fiducia non segue l’entusiasmo dei brand
🎨 DoubleVerify: la qualità creativa fa la differenza
🔎 Dentro la ricerca sul divario tra brand e pubblico
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